Un “brutto episodio”

9 maggio 2009 alle 18:27 | Pubblicato su Varie ed eventuali | 2 commenti
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Toyota

Leggiamo queste parole e proviamo a trarne qualche conclusione:

“L’automobile correva ad altissima velocità. Faceva pensare a un atteggiamento minaccioso contro la pattuglia militare. I soldati hanno adottato le procedure previste in questi casi. Hanno lanciato segnali, avvertimenti luminosi, ma la vettura continuava a venire avanti rapida: era una Toyota Corolla di colore bianco, l’auto usata spesso dai terroristi per compiere attentati. I militari hanno esploso dei colpi in aria, sperando di indurre l’uomo alla guida a fermarsi. Invece niente: ormai ce l’avevano davanti. A quel punto, per bloccarla, non avevano scelta. Hanno puntato le armi contro il motore e fatto fuoco”.

È un ufficiale americano che parla, per giustificare il soldato Lozano che ha ucciso per errore il povero Nicola Calipari, mentre stava portando in salvo la giornalista Giuliana Sgrena? No, è il generale italiano Marco Bertolini, che tenta di spiegare l’episodio accaduto alcuni giorni fa in Afghanistan, durante il quale è stata ammazzata una ragazzina di 13 anni.

Che cosa dobbiamo pensare? Che quando gli americani hanno freddato il nostro “007” ci siamo indignati inutilmente? Che è stato un errore ritenere che ai soldati italiani (brava gente) una faccenda del genere non sarebbe mai accaduta?

No, bisogna invece rendersi conto che chi decide di dedicare la propria esistenza alla guerra (la nazionalità non conta) ha della vita e del dolore un concetto curiosamente diverso. Infatti il generale non ha ancora terminato. Ecco come continua:

“Una cosa va tenuta bene in conto: qui i militari vivono con la consapevolezza di calpestare una terra pericolosa. Ad ogni angolo si può nascondere qualcuno che ci vuole fare la pelle. L’altro giorno hanno sparato a un elicottero italiano.

Improvvisamente Bertolini (stupito e vagamente offeso) si è accorto di essere in guerra, magari di avere anche un po’ paura. Ha scoperto che i talebani ci considerano dei nemici e che i nemici non si accontentano di farsi sparare addosso, spesso rispondono al fuoco.

Tuttavia il peggio non è ancora arrivato. Il militare conclude:

“Certo è una cosa triste. Ci saranno delle iniziative verso la famiglia della ragazzina (meno sanguinose, ci auguriamo), perché è giusto spiegare e vedere se è necessario dare un aiuto (quale aiuto si può dare a una bambina morta?). Però gli afghani sanno che noi siamo qui per renderci utili (battuta involontaria) e che un brutto episodio può capitare”.

È sbagliato. La morte evitabile e inutile di una bambina non si può definire così. Un “brutto episodio” è l’espressione che i giornalisti sportivi usano quando un gruppo di cretini intona dei cori razzisti allo stadio. O quando una scippatore strappa di mano la borsetta a una pensionata.

Io credo che per la fine della piccola afghana sarebbero opportune parole e atteggiamenti diversi. E soprattutto piacerebbe a molti che qualcuno, finalmente, se ne assumesse la responsabilità. Magari un generale.

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